

200. Il disastro del Sahel e la foresta negli hamburger.

Da: Centro nuovo modello di sviluppo, Lettera ad un consumatore
del Nord, Editrice missionaria italiana, Bologna, 1990.

Una delle principali cause della perdurante miseria delle
popolazioni del Terzo mondo va ricercata nel modo in cui vengono
sfruttate le risorse naturali di quei paesi da parte dei pochi
gruppi economici dominanti a livello locale e internazionale;
questi infatti, mirando esclusivamente al profitto, operano uno
sfruttamento che tiene conto solo delle esigenze dei mercati dei
paesi ricchi e non si preoccupano di sconvolgere equilibri
economici secolari e sottrarre terra alla produzione alimentare.
Al danno economico, che rischia di condannare intere masse ad una
povert perenne, si aggiunge quello ambientale, che produce non
solo tragici effetti a livello locale, ma ha ripercussioni su
scala planetaria. E' questo il caso del Sahel e della foresta
amazzonica, di cui si parla nel seguente passo, tratto da un libro
del Centro nuovo modello di Sviluppo, che in pratica  una lettera
inviata dai piccoli contadini, dai braccianti e dai senzaterra dei
paesi del Sud del mondo ai consumatori del Nord.

Il Sahel.
Una delle zone aride pi vaste del mondo  il Sahel, fascia di
terra a sud del Sahara, larga 750 km, che corre dall'Oceano
Atlantico al Sudan investendo sei nazioni: Senegal, Mauritania,
Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad.
Il Sahel pu essere suddiviso in due fasce in base alla piovosit.
Quella nord, a ridosso del deserto, su cui piove fra i 100 e i 400
mm all'anno e quella sud su cui piove 500, 600 ed anche 800 mm
all'anno.

L'equilibrio tradizionale.
La fascia nord  poco adatta alla coltivazione. Gli abitanti della
zona lo sapevano e si erano organizzati a vivere di pastorizia.
Secolo dopo secolo avevano imparato a trarre il miglior profitto
da questa terra dove la pioggia pu o non pu cadere e dove la
vegetazione cresce a ciuffi qua e l. Sapevano quanto bestiame
potevano tenere, dove farlo pascolare e dopo quanto tempo tornare
sullo stesso luogo per trovarci di nuovo dell'erba.
Del resto, liberi di attraversare le frontiere, non rimanevano
confinati nella fascia nord. Durante la stagione secca, quando a
ridosso del deserto la vegetazione si esaurisce, calavano a sud
dove qualche pioggia continua a cadere, per pascolare le loro
greggi sulle terre lasciate a riposo dai contadini.
In effetti, nella zona pi piovosa, la coltivazione  possibile,
ma con le dovute cautele. I contadini avevano imparato a seminare
cereali resistenti alla siccit, come il sorgo e il miglio. Ma
soprattutto avevano imparato a sottoporre i terreni a rotazione.
Dopo alcuni anni di coltivazione continuata, la terra veniva
lasciata incolta a disposizione dei pastori, che ringraziavano
dell'accoglienza arricchendo il terreno con gli escrementi delle
loro bestie.
In alcune regioni veniva data la possibilit ad un particolare
tipo di acacia di invadere i campi a riposo. Dopo cinque anni i
loro tronchi potevano essere incisi per ottenere gomma arabica.
Dopo dodici, le acacie venivano abbattute per ottenere legna da
ardere. Nel frattempo, sul terreno protetto dalla vegetazione, si
riformava l'humus necessario per un nuovo periodo di coltivazione.

Deserti e noccioline.
A partire dagli anni '50 questo equilibrio ha cominciato a
rompersi per la coltivazione massiccia di due prodotti per
l'esportazione: le arachidi e il cotone.
Per la verit i colonizzatori gi da un secolo avevano forzato il
Sahel a produrre queste colture. Ma per le necessit dell'epoca
bastavano le terre meridionali dove la piovosit  ottimale per
queste piante.
Dopo la seconda guerra mondiale, la richiesta di arachidi da parte
delle fabbriche olearie europee aument considerevolmente per
fronteggiare la concorrenza dell'olio di soia americano. Per
incentivare la coltivazione di arachidi furono garantiti prezzi
stabili alla produzione. Tuttavia le condizioni di vita dei
contadini peggioravano, perch il cibo, divenuto pi scarso,
aumentava di prezzo. Per tutta risposta i contadini accorciavano i
tempi di riposo, in modo da avere pi raccolti da vendere.
Nel frattempo fu messo a punto un tipo di arachide che cresce pi
in fretta e che ha bisogno di meno acqua. Da una parte, ci
stimol i contadini a fare due cicli produttivi all'anno sul
medesimo appezzamento di terra. Dall'altra, fece espandere la
coltivazione pi a nord dove la piovosit  pi bassa e le terre
pi fragili.
Ad esempio, mentre nel 1933 il Niger dedicava alle arachidi circa
73.000 ettari di terra, totalmente localizzati nella fascia sud,
nel 1954 ne dedicava 142.000. Nel 1961 ne destinava 349.000 e nel
1966 addirittura 492.000, la maggior parte dei quali localizzati
nella fascia nord.
Il raccorciamento dei tempi di riposo e lo sfruttamento intensivo,
hanno ridotto la fertilit dei terreni in tutto il Sahel
meridionale. A Thyes Kaymore, in Senegal, ad esempio, la
produzione di arachidi  scesa da 2,5 tonnellate per ettaro nel
1940, a una tonnellata per ettaro di oggi giorno.
Nel Niger meridionale, viceversa, la produzione di cereali  scesa
dai 500 chili per ettaro del 1920 a 350 chili nel 1978. Si presume
che nel 2000 scender a 250 chili per ettaro.

Il disastro del Sahel.
Ma a fare le principali spese di tutte queste novit furono i
pastori nomadi, come rinchiusi in un corridoio sempre pi stretto,
limitato al nord dal deserto e a sud dai campi supercoltivati non
pi disponibili per il pascolo. Terre aride, ai limiti del
deserto, che hanno bisogno di lunghi riposi per rigenerare i
pascoli, non possono mantenere vaste quantit di greggi in sosta
permanente. Bast un ritardo della caduta delle piogge per
provocare la catastrofe.
Nel 1968 le piogge caddero presto e abbondanti, ma cessarono
altrettanto presto in maggio. I semi morirono prima che tornasse
la pioggia in giugno. Alla fine della stagione secca, nel gennaio
1969, cominciarono a morire i primi animali. Di fame, non di sete.
Anche nel 1970 le piogge caddero in ritardo e le popolazioni del
nord furono le pi colpite. Quando il magro raccolto del 1970 fu
esaurito, circa tre milioni di persone avevano bisogno di soccorso
alimentare.
Anche il 1971 e '72 furono annate di pioggia sotto la media. Ma
solo nel 1973 la vera dimensione della tragedia fu annunciata
ufficialmente: erano morte 200.000 persone e tre milioni e mezzo
di capi di bestiame.
Secondo un rapporto dell'Organizzazione degli stati del Sahel
(CILSS) [Comitato interstatale per la lotta contro la siccit nel
Sahel] i periodi di prolungata siccit, in un certo senso sono un
fenomeno normale per il Sahel e la siccit del '68-'73 non  da
considerarsi eccezionale. Eppure il danno fu eccezionale, perch
la siccit si era impiantata su una situazione gi precaria di per
s, che le arachidi avevano contribuito a formare.

L'assalto alle foreste.
Ho parlato dell'avanzata dei deserti come se fosse un problema
limitato all'Africa Sub-sahariana o ad altre zone aride del mondo.
Ma lo stesso rischio  corso proprio l dove la vegetazione  pi
ricca: le foreste. Ancora una volta i prodotti per l'esportazione
ci sono dentro fino al collo, come mostra il caso dell'Amazzonia.
[...].
Tra i grandi assaltatori delle foreste dell'America latina, e
dell'Amazzonia in particolare, compaiono multinazionali come
Goodyear, Volkswagen, Nixford Computers, Nestl, Eni. Ciascuna vi
penetra per attivit diverse, compresa l'estrazione di minerali.
Un'attivit di rilievo  comunque lo sfruttamento di legno duro
per l'esportazione. [...].
Dal 1950 ad oggi, le importazioni di legno da parte del Nord sono
aumentate sedici volte e le foreste di alcuni paesi sono scomparse
completamente. La Nigeria e la Tailandia, per esempio, un tempo
erano esportatori molto importanti di legname, ma oggi sono grandi
importatori netti.

Tagli dieci, distruggi cento.
Non immagini neanche [ricorda che il passo  tratto da un testo
che in pratica  una lettera inviata dai piccoli contadini, dai
braccianti e dai senzaterra dei paesi del Sud del mondo ai
consumatori del Nord] lo scempio che si compie per tirare fuori
dalla foresta il legno da esportare. Il fatto  che le foreste
tropicali non sono fatte a lotti: qui le piante di mogano, l
quelle di cedro tropicale, pi in l quelle di tek. La foresta
tropicale  un groviglio di tralci, liane, foglie, dentro cui sono
immerse piante di ogni genere, che solo in piccola parte sono
appetibili per il mercato del legname. Sud-Est asiatico, ad
esempio, su 400 piante che si trovano su un ettaro di foresta solo
20 interessano ai fini commerciali. Tuttavia quest'azione di
scrematura  condotta in maniera irresponsabile e il taglio di un
albero rappresenta la rovina di molti altri intorno. Quando un
gigante della foresta cade, la grande chioma e l'intrico delle
liane spezzano i rami degli alberi circostanti e strappano lembi
di corteccia dai loro tronchi. Si calcola che per ogni albero
abbattuto, altri 10 vengono quasi sempre danneggiati oltre ogni
possibilit di recupero giungendo a morte entro un anno.
Ma non  tutto. Per entrare nella foresta le grandi imprese usano
le ruspe che travolgono e spezzano tutto ci che incontrano. Il
paesaggio che lasciano dietro di loro  simile ad uno scenario di
guerra: piante mutilate come se fossero state colpite da schegge,
buche, solchi e un'infinit di strade appena abbozzate che si
incrociano in tutte le direzioni.
L'assalto degli emarginati.
Le strade danno il colpo di grazia alle foreste perch aprono
l'accesso ad una seconda ondata di invasori: i piccoli coloni,
miserabili senzaterra che giungono da ogni parte del paese con un
solo obiettivo: procurarsi un pezzo di terra su cui poter
coltivare grano, riso, fagioli e quanto altro serve per la
sopravvivenza. Per questo i coloni ripuliscono a fondo il pezzo di
foresta che intendono colonizzare, bruciando ogni sorta di
vegetazione sovrastante e sbarbando ogni radice sottostante.
Ma puntare il dito contro i coloni per la distruzione della
foresta  da ipocriti. Il dito va puntato contro i padroni che
creano condizioni di vita impossibili nelle campagne e contro i
governi che si rifiutano di varare la riforma agraria.
Ad esempio, i piccoli coloni dell'Amazzonia brasiliana vengono dal
Nord-Est del Brasile dove i grandi proprietari hanno ridotto alla
fame i piccoli contadini; o dal Sud dove la monocoltura della soia
destinata alle mucche europee per produrre eccedenze di burro,
butta migliaia di persone fuori dalle loro terre; o dal Centro
dove la produzione intensiva di canna da zucchero per la
produzione di alcool combustibile, scaccia anche l masse di
contadini.
Per prevenire massicce migrazioni nelle citt e per evitare
pericolose sommosse rurali, il governo ha indirizzato i senzaterra
verso la foresta.

Nella catena dell'allevamento.
Per stimolare la migrazione verso la foresta, il governo
brasiliano garantisce anche un titolo di propriet dei pezzi
occupati, ma solo se sono migliorati, ossia completamente
ripuliti. Per questo il colono si d da fare per ripulire anche
pi foresta di quella che pu coltivare. Tuttavia, egli si accorge
presto di non possedere una grande ricchezza e di avere, al
contrario, tanti problemi da risolvere. Ad esempio, per coltivare
ha bisogno di strumenti, sementi, fertilizzanti che difficilmente
pu procurarsi per mancanza di capitali. Del resto solo chi si
dedica alle colture d'esportazione ha qualche probabilit di
ottenere crediti governativi.
Ma il peggio  che il suolo disboscato perde rapidamente fertilit
e dopo qualche anno di coltivazione, il colono ha interesse a
vendere il terreno e a spostarsi su un altro pezzo di foresta.
A questo punto entrano in scena altri protagonisti: societ locali
ed internazionali dedite all'allevamento di bestiame spesso
destinato all'esportazione. Esse comprano ogni tratto ripulito per
trasformarlo in pascolo. E' cos che la presenza dei coloni si
inserisce nella catena dell'allevamento.

Sovvenzioni alla distruzione.
Per ottenere terre da pascolo, gli allevatori non seguono sempre
vie legali. In certi angoli dell'Amazzonia assoldano pistoleros
per sottrarre con la forza appezzamenti appena disboscati. Nella
foresta nessuno conta i dispersi... Nel Messico meridionale e in
Honduras ingaggiano della gente apposta per tagliare e bruciare le
foreste da destinare a pascolo.
Il tutto col benestare dei governi, che offrono addirittura
sovvenzioni ed esenzioni fiscali ai grandi impresari che si
dedicano all'allevamento.
E' per questo che si possono permettere rese bassissime. Nei
pascoli ricavati dalle foreste, la produzione di carne a malapena
supera i 50 kg per ettaro, contro i 600 delle zone temperate. Col
tempo le rese diminuiscono ulteriormente perch il pascolo cede
gradatamente il passo ad erbe infestanti inadatte al nutrimento
animale. Per tenerle a bada si usano macchinari pesanti ed
erbicidi che riducono ancor di pi la fertilit del suolo. Il
vento e le piogge, poi, fanno il resto. Dopo una diecina di anni,
le terre diventano addirittura inutilizzabili e i pascoli vanno
trasferiti su altri tratti disboscati.

La foresta negli hamburger.
L'esplosione dell'allevamento nelle zone deforestate  dovuta ad
una serie di convenienze economiche che sono ora di tipo
speculativo, ora di tipo commerciale, ora di entrambi messi
insieme.
In Amazzonia, ad esempio, prevale l'aspetto speculativo. Gli
allevatori hanno un guadagno semplicemente per le sovvenzioni che
ricevono e per le esenzioni fiscali di cui possono godere. Per non
parlare dell'interesse a mantenere puliti dei terreni che un
domani potrebbero risultare ricchi di promettenti giacimenti
minerari o che potrebbero fruttare lucrose indennit perch
attraversati da un'autostrada o perch sommersi da una diga.
In America Centrale prevale l'aspetto commerciale. Da tempo,
ormai, questa zona invia bestiame alle industrie conserviere del
Nord che ricercano carne a basso costo per la produzione di
scatolame, di surgelati e insaccati da rifilare ai consumatori
attraverso le mense e gli snack-bar specializzati nella vendita di
cibo a rapida preparazione (fast-food).
Ora tu sai che quando mangi un hamburger  come se tu mangiassi un
pezzo di foresta tropicale. Ma devi anche sapere che mentre la
nostra produzione di carne aumenta, la nostra gente ne mangia
sempre di meno. In Costa Rica, ad esempio, negli ultimi 20 anni
gli allevamenti bovini sono pi che raddoppiati, ma il consumo
annuo pro-capite di carne  sceso da 15 kg a meno di 9. In
Honduras, mentre la produzione bovina  aumentata del 300%, il
consumo medio  passato da 6 a 5 kg.
Dietro questa situazione paradossale c' un fatto molto semplice:
la forte richiesta estera fa aumentare il prezzo della carne a
livelli inaccessibili per i magri salari locali.
